Volker Reinhardt

PREZZO DEL PANE E FINANZA PONTIFICIA DAL 1563 AL 1762

 

Agli occhi delle persone pi� interessate, cio� dei consumatori, le Annone della prima et� moderna avevano un duplice compito. Dovevano infatti fare in modo che le scorte di grano non si esaurissero e che il pane fosse, di conseguenza, sempre disponibile sul mercato. Disponibile e, cosa per lo meno altrettanto importante, a prezzi accessibili. Infatti solo in questo modo era possibile bloccare l'ingresso nella cinta muraria cittadina di quei due geni malefici e strettamente imparentati che erano penuria e carestia. Riuscire a far fronte a tutte e due queste funzioni, e in pi� per lunghi periodi di tempo, era, per le autorit� preposte ai grani, un problema insolubile: la quadratura del cerchio sarebbe stata possibile solo neutralizzando l'alternarsi e il gioco di congiunture e raccolti mancati. Si doveva inoltre mantenere un prezzo del pane socialmente sopportabile anche nel caso in cui i prezzi sul mercato interno e internazionale fossero saliti e poter contare, cos�, su magazzini ricolmi anche per i tempi in cui le campagne fossero improduttive e le spighe vuote. In Europa i metodi con cui le Annone tentavano di compiere l'impossibile erano in linea di principio gli stessi. Non esistevano ricette segrete.

Da una parte, in presenza di raccolti disastrosi, si ricorreva alle importazioni. A Roma l'Annona godeva del monopolio per il finanziamento di questo tipo di importazioni. Essa acquistava, a prezzi lucra�tivi, contingenti di granaglie dai grossisti residenti a Roma, per riven�derli poi a minor prezzo ‑ a meno di non aver stipulato, gi� dall'inizio, contratti di fornitura vincolanti con i grossi mercanti. Per calmierare il prezzo del pane, in maniera pi� generale, le Annone fornivano ai fornai pubblici, nelle fasi di carestia, granaglie a prezzi ribassati. Il successo di queste iniziative dipendeva, logicamente, dal rapporto di flusso tra fondi di riserva statali e cittadini e �libero mercato�. Valutate secondo questa relazione, le Annone europee, di norma, non facevano molto di pi� che versare olio sulle onde dei prezzi in ascesa. Per questi motivi spesso le Annone cedevano alla tentazione di intervenire sul mercato dei grani con proprie misure di regolamentazione. Le autorit� preposte tentavano infatti di trovare vantaggio da un equilibrio tra domanda e offerta ottenuto con una serie di norme relative alla esportazione. Tuttavia il consultum ultimum di tali interventi consisteva nella imposi�zione di tariffe che a mo' di decreto avrebbero dovuto contribuire a fre�nare l'ascesa dei prezzi e che per� erano piuttosto temute per via delle loro controproducenti conseguenze.

Dal XVI sino al XVIII secolo, tutte le misure cui sopra abbiamo ac�cennato furono messe in pratica dall'Annona romana con maggior coe�renza ed efficacia che non in altri paesi. Pure, e giova ancora ripeterlo, agli occhi dei consumatori contavano solo successi visibili e commesti�bili: contavano solo le pagnotte grosse che rappresentavano il pane ben fatto e pesante. In questa sede parleremo quindi solo marginalmente dei metodi utilizzati dall'Annona romana; il punto centrale sar� un bilancio del suo operato visto con gli occhi dei poveri romani. A1 centro dell'attenzione sar� dunque il prezzo del pane nella Roma della prima et� moderna come categoria interpretativa sociale, politica ed econo�mica. In un contesto europeo, bilanci di questo tipo sono rari, e per un ottimo motivo. Una analisi funzionale delle Annone dell'et� moderna �dall'interno� che non voglia delinearne solo il quadro giuridico‑istitu�zionale, ma intenda studiare mezzi, efficacia e risultati, presuppone uno stato delle fonti eccezionalmente favorevole. E' necessario infatti che la documentazione si sia conservata e per lunghi periodi su due specifici settori, uno relativo al mercato, al commercio e ai mercanti di grani e l'altro al mantenimento delle scorte annonarie e alla politica fiscale dei prezzi. Solo cos�, dunque, si pu� arrivare al cuore del problema e della ricerca e cio� a quanto de facto sia stato ottenuto dalla tanto discussa politica assistenziale delle citt� e delle metropoli europee 1.

Questo � il caso fortunato di Roma. Il prezzo del pane nelle citt� dell'et� moderna in rapporto alla frequenza delle serie accertate dei prezzi del grano, � perlopi� ancora un'incognita 2. Dedurre dai costi della materia prima, il grano, il prezzo del prodotto finito, e cio� del pane, senza tenere conto di ulteriori componenti, � un procedimento che, sebbene sia stato spesso adottato, resta troppo temerario. Infatti le tasse sul pane nelle citt� e, non da ultimo, anche gli interventi dell'An�nona e i suoi tentativi di regolamentazione, si collocavano tra queste due grandezze. La prima domanda cui tenteremo di rispondere � quindi molto semplice: come � possibile ricostruire in maniera attendibile il prezzo del pane a Roma? Una volta delineato il problema dell'analisi dei prezzi, ci troviamo di fronte a quello molto pi� complesso della va�lutazione dei fatti: come si presenta il prezzo del pane a Roma nel corso di due secoli, agli occhi di uno storico che lo osservi sine ira et studio, affamato di conoscenza e tuttavia non tanto da essere schiavo dei brontolii del suo stomaco? E che ne pensavano gli interessati, che ne pensava la popolazione povera romana, che doveva conviverci? E ul�tima domanda, qui solo accennata, quanto costava il prezzo del pane romano alle finanze pontificie, e precisamente chi, se non quelle finan�ze, ha pagato lo scotto per i privilegi della popolazione povera romana?

 

1. Alla ricerca del prezzo del pane a Roma

 

A Roma la via pi� diritta non conduce allo scopo. I bandi, cio� gli avvisi stampati e affissi sulle pubbliche piazze e relativi al peso della pagnotta sono molto rari 3: per i due secoli considerati, un bottino di meno di due dozzine di editti � un magro bottino. Per quanto sia possi�bile trovare ancora un qualche bando, questa scarsa pubblicit� a Roma ha una sua causa: variazioni nel prezzo del genere alimentare numero uno per i romani poveri, erano misure sgradevoli da pubblicizzare il meno possibile. Esse diminuiscono anche per motivi politici nel corso del XVII secolo: le autorit� capitoline avevano il compito di rendere pubbliche (ma gi� da tempo non erano pi� in grado di fissarle) le tariffe per il pane, e la competenza di quelle autorit� era, in quello stesso se�colo, in irreversibile declino.

Si � sperato spesso di trovare l'equivalente degli editti sui prezzi che non abbiamo in una legge di Paolo V, la cosiddetta Tariffa perpetua per li fornari di Roma, che entr� in vigore il 20.11.1606, con un motu proprio di papa Borghese, dopo che una congregazione ne aveva pre�parato la stesura 4. Vale la pena di studiarla attentamente. Si � creduto dunque che questa tariffa rappresentasse una sorta di prezzo calmierato del tipo comune anche al resto dell'Italia e che, secondo un procedere comune a tutta l'Europa, fosse una specie di tassa sul pane che legava i valori medi dei prezzi di mercato per le granaglie a un certo tipo di peso. Ad esempio, un mercuriale di 7,50 scudi presupponeva un peso per pagnotta di 8 once e cos� via di seguito secondo una scala mobile 5. Cos� facendo si � trascurato il fatto che, nel testo premesso al breve sulla nuova tariffa, si trattava di qualcosa del tutto diverso, e cio�: �del prezzo che devono [i fornai] pagare il grano alla camera secondo il peso del pane, che li sar� fatto spianare, calcolato che d'ogni rubbio di grano se ne coltivano decine 50 di pane a baiocco, detrattone ogni spesa� 6.

La Tariffa regola, come si vede, il prezzo che i fornai romani de�vono pagare per il grano fornito dall'Annona. Il prezzo da versare all'Annona deve conformarsi al peso del pane valido al momento della vendita. Se esso era fissato a 8 once per baiocco, ai fornai venivano ri�chiesti 7,50 scudi per rubbio, se il peso della pagnotta fosse aumentato o invece diminuito, anche i prezzi di vendita dell'Annona sarebbero, rispettivamente, aumentati o diminuiti. Questo � tutto. La Tariffa del 1606 regola quindi solo ed esclusivamente le relazioni commerciali tra autorit� preposte ai grani e fornai. Non dice affatto che, sulle sponde del Tevere, in presenza di un prezzo di mercato del valore medio di 7,50 scudi per rubbio di grano, la pagnotta deve pesare 8 once. Proprio questa aliquota dell'Annona costituiva il controverso problema che la Tariffa del papa Borghese doveva appianare, e precisamente i prezzi di vendita arbitrari e in perenne movimento, in presenza di un peso del pane che rimaneva fisso. 1 verbali ausiliari della Congregazione lo registrano chiaramente: il legislatore non aveva avuto in animo nessuna altra, pi� ampia prospettiva di legge. D'altra parte, eventuali ulteriori illazioni che volessero convertire le quotazioni del prezzo del grano a Roma in prezzi del pane, a partire dalla Tariffa del 1606, porterebbero fuori strada. La legge del 1606, tuttavia, sembra lasciare aperta un'altra possibilit�, il primo e realmente praticabile varco per arrivare al prezzo romano del pane. Infatti, nel momento in cui si arrivi ad accertare quale fosse (aliquota di vendita che l'Annona richiedeva ai fornai baioccanti, si conoscer� anche il relativo peso del pane. La Tariffa di papa Bor�ghese sembra consegnarci per lo meno questa leva per dissotterrare il peso della pagnotta romana, come se fosse un tesoro sepolto. Eppure anche nel campo che abbiamo appena delimitato cos� drasticamente, il motu proprio del 1606 non rappresenta innovazioni. Infatti l'aggancio tra peso del pane e prezzi dell'Annona esisteva gi� da molto tempo. Gli elementi di reale novit� di questa legge cos� grottescamente male interpretata, si limitano al tentativo di una definitiva unificazione di prezzi che gi� nei decenni precedenti al 1590 erano stati, tutto sommato, abbastanza omogenei ‑ il che non evitava occasionali atti di arbitrio da parte dell'Annona.

Quando poi si tenti di tracciare, sulla scorta della Tariffa, un quadro dell'andamento dei prezzi del pane dopo il 1606, la realt� si fa piuttosto deludente. Per cominciare, si constata che non c'� alcuna fretta parti�colare nel metter in atto la normativa contenuta nella Tariffa: nel 1606 e nel 1607 i prezzi di vendita praticati dalle autorit� non corrispondono alla scala prevista dalla legge 7. Quindi seguono tre decenni e mezzo, durante i quali i calcoli tornano 8; nel dicembre del 1643, per�, con la tassa del macinato di papa Barberini appare una nuova variabile, che fa saltare di nuovo il rapporto fra prezzi di vendita annonari ‑ peso fisso del pane 9. Questo significa che si era varcata una soglia fino ad allora

tab� 10. la tariffa del 1606 non era pi� sacrosanta. Con l'introduzione di ulteriori gravami fiscali per i fornai baioccanti, agli inizi del XVIII secolo, la scala di Paolo V cess� de facto di avere valore legale, anche se, negli anni a seguire, si continu� a riequilibrare secondo i suoi criteri i valori consuetudinari di relazione tra le due grandezze. Questo signi�fica che l'unico sentiero finora tracciato che pu� condurre al prezzo ro�mano del pane, e quindi anche al nostro scopo, cio� strappare alla non�storia le condizioni di vita della popolazione delle classi meno abbienti a Roma, �, per lunghi tratti, sepolto. Ai fattori che disturbano ulteriormente e sensibilmente la perequa�zione di cui abbiamo detto se ne dovr� aggiungere ancora un altro, di cui il cittadino romano G. Gigli d� notizia per la prima volta durante il periodo dell'abbondante raccolto del 1633 11, nel suo diario, un testo straordinariamente vivace e ricco di molteplici informazioni utili anche alle finalit� del nostro studio: �Quest'anno 1633 fu abondanza molto notabile di grano et oglio, et ancora di vino. E se fusse stato nel Ponti�ficato di Paolo V haverebbe il popolo largamente goduto li frutti della terra. Il pane in questo tempo era di otto oncie al bajocco al qual segno fu ridotto da Gregorio XV ma pure i poveri ebbero questo di bene, che li fornari, di spontanea volont�, davano quattordici, et quindici pagnot�te al giulio, et il grano si vendeva nelle piazze per cinque scudi il rub�bio, et ancora per meno.� A una prima lettura di queste righe, come anche a una seconda, questo modo di procedere appare strano: malgra�do il forte calo del prezzo del grano ‑ tra il luglio 1633 e il giugno 1634, sul mercato romano vengono pagati solo 4, 86 scudi per rubbio ‑non si verifica nessun aumento del peso del pane. Malgrado ci� i con�sumatori non restano del tutto a mani vuote, perch� i fornai baioccanti accordano un aggio, uno sconto in denaro, sia per l'acquisto di una pagnotta sola, che per le compere all'ingrosso.

Le osservazioni del Gigli sono esatte, la sua diagnosi non altret�tanto. Lo sconto sul prezzo del pane non � dovuto alla spontanea gene�rosit� dei fornai ma, e ci� � certo, alle indicazioni della direzione della Annona ‑ cosa che siamo in grado di ricostruire sulla scorta del duplice filone delle nostre fonti 12. Un tale aggio deve essere stato praticato in 30 dei 200 anni che vanno dal 1662 al 1762. Ripartito per tutto il tempo dell'anno agricolo romano che andava dal 1 luglio al 30 giugno, si possono calcolare scarti che vanno da un minimo di 0,1 (nel 1634) a un massimo di 3,2 once nel 1640. La media di questa strana riduzione consisteva in 1,3 once circa all'anno. Questo tipo di sconto appare strano perch� esso si allontana dalla via diritta e prefissata della politica del pane a Roma. Perch�, pi� semplicemente, negli anni di buon rac�colto e di prezzi di mercato bassi non si scelse di aumentare il peso della pagnotta, invece di ordinare una diminuzione del peso fisso della pagnotta da otto once? La risposta � la seguente: l'Annona si trovava infatti prigioniera nelle spire delle sue stesse normative, i suoi interessi finanziari erano in gioco. Infatti, secondo la Tariffa paolina, l'Annona avrebbe dovuto vendere ai fornai romani i propri contingenti di grano a

prezzo pi� basso, se il peso del pane fosse aumentato: per un peso della pagnotta di dieci once circa, invece di 7,50 scudi per un rubbio di grano, avrebbe dovuto incassare solo 6 scudi. Secondo un calcolo ap�prossimativo, potremmo dire che l'Annona avrebbe perso per i 30 anni in questione e in presenza di un peso del pane coerentemente mobile, circa mezzo milione di scudi 13. Il bisogno (di denaro) aguzza l'ingegno e cos� l'Annona rispettava alla lettera la sua stessa legge fondamentale, ma ne tradiva lo spirito. Cos� facendo non accresceva certo la sua po�polarit�, come appare gi� dalla breve citazione del diario di Gigli. E' probabile che in questo strano modo di procedure entrasse in gioco an�che un altro motivo di ordine socio‑pedagogico: � chiaro infatti che l'Annona intendeva ancorare fissamente nella coscienza nei consuma�tori il peso della pagnotta di otto once, come peso normale, standard, e quindi interveniva solo molto raramente per modificare, nel bene o nel male, questo valore medio. Bandi, Tariffa paolina, prezzi di vendita annonari: nessuna di queste strade, presa singolarmente, conduce allo scopo e cio� a riportare in vita i prezzi del pane a Roma. Per far ci�, il presupposto necessario � un riesame completo delle fonti che ci portano al centro delle intenzioni e delle funzioni dell'Annona 14. E con ci� si chiarisce anche, e definitivamente, il problema della mancanza delle re�lative serie di prezzi.

E' ovvio che anche sulle sponde del Tevere il peso del pane veniva calcolato secondo procedimenti, le cui componenti sono grandezze co�muni a tutta l'Europa. Al primo posto si poneva la preoccupazione di fissare i prezzi d'acquisto per i fornai, fondamentali per ogni altro calcolo. Essi si componevano di prezzi di vendita annonari e di mercato per il grano, a seconda della quota che proveniva dalle scorte pubbli�che. Altre grandezze derivavano dai costi di gestione dei fornai e cio� in primo luogo per i costi del materiale e il personale, ma anche dall'im�patto del carico fiscale che, a partire dalla met� del secolo XVII si an�dava facendo sempre pi� pesante, per citare solo i fattori pi� rilevanti. Tutto questo costringeva la direzione dell'Annona a inchieste continue, sondaggi permanenti in ogni settore, per raccogliere osservazioni e dati che erano la sola misura per evitare che l'universit� dei fornari acqui�stasse una ricchezza socialmente scandalosa o andasse invece in rovina. Problema questo, con il quale anche altre istituzioni simili nel resto dell'Europa dovevano fare i conti se intendevano derivare da fattori di costo diversi un prezzo del pane equo e tale da garantire ai fornai quella misura aurea tra i due estremi, rappresentata da un �giusto� profitto: il �lucro onesto�. L'originalit� della via romana per il calcolo del peso del pane, consiste nel fatto che essa non era vincolata in nessun modo a tasse sul pane, a un aggancio automatico e mobile tra prezzi del grano e prezzi del pane. Le risoluzioni prese alle Terme erano imperscrutabili. Questo tipo di segretezza era destinato ad avere, nei secoli, un successo inaspettato. L'Annona romana seppe mantenersi il massimo spazio di manovra. Non esisteva nemmeno l'ombra di una qualsiasi esigenza di avere un certo prezzo del pane in presenza della relativa quotazione del grano, prezzo che potesse essere rivendicato, sulla scorta di un listino, da consumatori a fornai. Il peso della pagnotta a Roma sottostava alla totale discrezione della direzione dell'Annona, che a sua volta era seconda solo al papa, i cui interventi diretti si limitavano, per lo pi�, a qualche occasionale veto contro provvedimenti impopolari 15. Questo tipo di libert� era sconosciuta negli altri paesi. Altrove le Annone potevano invalidare in buona misura, temporaneamente e riguardo al prezzo, le tariffe del pane ma, alla fine, i prezzi finivano per seguire, grosso modo, le tariffe fissate. L'istituzione romana faceva massiccio uso della sua libert� di manovra. Essa era il presupposto indispensabi�le, perch� a Roma, l'accento posto sulla politica del prezzo del pane fosse diverso.

I dati sono una chiave della storia sociale ed economica per il vec�chio Stato pontificio, una chiave per un chiavistello che, al pari delle serrature delle banche o di altri depositi di denaro dell'epoca, si apriva solo con l'ausilio di altre chiavi, e cio�, in questo caso, di dati sulla di�namica dei prezzi e del tenore di vita nella loro totalit�. I prezzi del pane, come dicevamo prima, possono essere riportati in vita anche in altri modi. Per esempio riconducendoli alla mentalit�, e cio� agli atteg�giamenti di aspettativa e reazione dei consumatori, o chiedendosi in che misura essi realizzassero speranze o invece provocassero diffuse disil�lusioni, soddisfacessero o meno le richieste della gente, provocando o invece placando la sua indignazione.

 

Peso del pane (once per baiocco) a Roma dal 1563 al 1762 16


 

1563‑69:������������� 12.8

1570‑79:������������� 12.3

1580‑89:������������� 10.3

1590‑99:������������� 8.1

1660‑09:������������� 8.3

1610‑19:������������� 11.0

1620‑29:������������� 8.3

1630‑39:������������� 9.0

1640‑49:������������� 8.2

1650‑59:������������� 7.6

 

1660‑69:���������������� 8.6

1670‑79:���������������� 8.7

1680‑89:���������������� 8.5

1690‑99:���������������� 9.5

1700‑09:���������������� 8.1

1710‑19:���������������� 8.1

1720‑29:���������������� 8.3

1730‑39:���������������� 8.2

1740‑49:���������������� 8.1

1750‑62:���������������� 8.1


 

 

 

2. Il prezzo del pane a Roma visto dal basso

 

Il prezzo del pane romano era un punto focale su cui convergevano aspettative ed esigenze brucianti. Le aspirazioni delle classi inferiori della popolazione romana venivano fatte arrivare sempre alle orecchie del papa 17. II loro grido risuona attraverso i secoli, tanto da apparire monotono a tutti i pontefici: �Pagnotte grosse, Santo Padre!� Se ana�lizziamo i memoranda, i libri mastri o i diari, vedremo delinearsi le li�nee di un vero e proprio Codex della popolazione povera romana (certo mai articolato unitariamente), una specie di moral economy fssa, sulle sponde del Tevere. Per molti versi le aspettative e le richieste rivolte a un sovrano, la cui aura non poteva non essere paternalistica, coincide�vano con formule genericamente europee. Tuttavia, proprio in questa coincidenza, le particolarit� del concetto romano di �povert� risultano pi� che evidenti. Nei Bandi 18 che accompagnavano le misure di ap�provvigionamento in periodi di crisi, il papa ricordava con un tono di efficace propaganda, ma anche con ogni diritto, le perdite e la disponi�bilit� della Camera Apostolica a sopportare qualche sacrificio. Sebbene l'atteggiamento del benefattore e del paterno dispensatore di assistenza palesato dai bandi trovasse poi nelle fonti molto pi� prosaiche dei libri mastri dell'Annona un sostegno imparziale e non sospetto, tutto questo apparato retorico non scalfiva in niente le aspettative delle classi povere romane.

�Abbondanza� significava precisamente che ci si aspettava da parte del papa una politica dei prezzi e degli approvvigionamenti che non corrispondesse solo al postulato europeo di forniture sufficienti e prezzi sostenibili, ma che fosse in grado di operare molto meglio. Ci si aspet�tava insomma che negli anni di grassa essa facesse godere ai consuma�tori, e senza riduzioni, tutti i vantaggi che derivavano dal prezzo del grano pi� basso e dalla situazione dell'approvvigionamento, ovvia�mente pi� favorevole, il che vuol dire, in concreto, adeguare, senza perdere tempo inutile, il peso del pane al calo dei prezzi del grano. Ci si aspettava poi un ulteriore impegno, cio� di erigere, negli anni di magra, una barriera protettiva per evitare che il popolo dei poveri fosse colpito dai contraccolpi del rincaro del grano sul peso del pane. Questo, in concreto, significava garantire un peso minimo del pane che fosse ac�cettabile. Queste due premesse compongono, insieme, quel concetto chiave di abbondanza, cos� carico di componenti emozionali: grandi scorte di grano che allontanano il pensiero della carestia e rendono possibile una composizione ottimale dei prezzi per evitare la corsa al rialzo dei prezzi stessi. Un programma delle aspettative delle classi me�no abbienti, che ‑ come si � detto ‑ nelle sue punte pi� aspre scavalcava le posizioni di fondo di ogni altro simile atteggiamento in Europa. Da una parte, esso � un riflesso di quella particolare natura bifronte della sovranit� papale che vedeva (o per lo meno pretendeva di vedere) il pa�pa come sovrano universale, il cui potere temporale poi si limitava, nei fatti, su uno stato italiano di media grandezza. Dall'altra esso si colle�gava a una antichissima leggenda sacra, una tradizione sempre viva nella coscienza popolare, che faceva del papa ‑ e nel caso della persona di Gregorio Magno la leggenda si era fatta compiutissima realt� ‑ la fonte di sostentamento della plebe romana, il che voleva dire, in primo luogo, la plebe della capitale. Bisogna aggiungere che la politica stessa dell'Annona, a partire dalla met� del Seicento, nel corso di pi� di un secolo, aveva contribuito a rendere un tale atteggiamento tutt'altro che elastico. Il successo o meno di un pontificato veniva quindi misurato con criteri di giudizio fondati sulla realizzazione pi� o meno totale del principio dell'abbondanza. Ma su questo punto torneremo in seguito.

E' chiaro quindi che a Roma le rivendicazioni relative all'abbondanza implicavano il ricorso diretto al sovrano cui venivano poste le ri�chieste relative. Tanto pi� che la plebe romana, come la plebe urbana di ogni altro paese europeo, era convinta che il sovrano venisse ingannato e raggirato da consiglieri tutt'altro che disinteressati e da gruppi di interesse che profittavano direttamente della carestia, cosa che colpiva lo stato reale dei poveri, specialmente se vista nella prospettiva del pane. Da ci� discendeva non solo il diritto a una comunicazione diretta col sovrano, ma addirittura, il �dovere� di spezzare il circolo vizioso di una falsa informazione. Tanto pi� che la rivendicazione dell'abbondan�za era permanente, non cadeva mai in prescrizione, nemmeno in pre�senza di raccolti pessimi e di crisi nell'approvvigionamento. Che cosa rappresentavano, su questo sfondo, i dati relativi al peso del pane? Quanto erano solide e garantite le misure di protezione contro la penu�ria? E ancora: quanto e come i poveri romani, la classe meno abbiente, poteva trarre profitto dai ribassi sul mercato romano del grano e quanto finiva invece nelle tasche di altri odiati gruppi di interesse locali presenti sul mercato? Prima di ogni risposta sar� opportuno tarare con pi� precisione i nostri strumenti di misura. Per quanto concerne il primo com�plesso di problemi abbiamo gi� usato un'importante categoria: a partire dal 1590 il peso minimo da mantenere per la pagnotta � di otto once � e tale rimane sino ai primi tre anni del settimo decennio del XVIII seco�lo 19. Tra il 1563 e il 1579 il limite minimo ‑ verso il basso ‑ � di dieci once, nel decennio seguente viene fissato a nove once. Una prima, rapida conclusione: per il medio e lungo periodo, sul piano di decenni e secoli, tutto parla a favore di un quasi totale successo della politica annonaria romana, misurata con le aspettative che venivano dal basso. Solo il sesto decennio del XVII secolo si discosta da questo quadro, scendendo leggermente sotto la quota minima. Tuttavia questo bilancio, sino a ora quasi perfetto, richiede differenziazioni pi� specifiche.

Prima di tutto bisogna dire che le varianti nell'accettare questo stato di fatto sono difficilmente verificabili. Per il periodo tra il 1590 e il 1660 ‑ nel caso di valutazioni dal basso, dal punto di vista cio� delle classi meno abbienti, si tratta ovviamente solo di valori cronologici indicativi ‑ le 8 once per baiocco sono, agli occhi dei consumatori, qualcosa di provvisorio, certo tollerato ma poco apprezzato. Solo pi� tardi questa misura standard si trasformer� in un valore comune e normale, dalle solide radici, valore che rappresenta per pi� di cento anni uno dei pilastri della storia sociale ed economica di Roma. Essa diventer� una misura quasi mitica, cui anche la Direzione dell'Annona attribuisce un'aura di rispettabilit� e di intoccabilit�, tanto da farle assumere, alla fine, l'aspetto di un tab� agli occhi di tutte le parti in causa. Per i consumatori romani le 8 once sono, inoltre, una vera e propria conquista che vale la pena di difendere. Le ragioni del deli�nearsi di questo progressivo mutamento della mentalit� popolare sono varie. Esso viene potenziato dai gravi anni di crisi alla met� del Sei�cento, ai quali si devono aggiungere anche categorie come l'evoluzione dei costi del salario e della vita, che esamineremo in seguito. Il brusco rialzo del costo del pane che si manifesta tra la fine del XVI e del XVII secolo, deve avere avuto l'effetto di uno choc. Infatti erano stati abbat�tuti i bastioni di prezzi ormai familiari e abituali 20: 8 once per un pane diventato pi� scuro, e quindi di qualit� pi� scadente, rappresentavano, a partire dal 1590, una soluzione di emergenza che assicurava la so�pravvivenza ma che, in presenza del considerevole calo del salario reale in quell'epoca, non impediva che si ricordassero, con nostalgia, tempi migliori, come quelli che, di colpo, si ripresentarono nel secondo de�cennio del XVII secolo. Le pagnotte grasse degli anni dal 1608 al 1620 ritardarono il processo di assuefazione che, del resto, l'Annona cercava di accelerare ad ogni prezzo ‑ e scoraggiarono negli anni '20 del secolo, i consumatori che ora si ritrovavano esattamente nella situazione da cui erano periti all'inizio del secolo, e cio� con un peso del pane di otto once. Alla generale insoddisfazione contribu� anche il fatto che l'Anno�na fu ritenuta colpevole di aver evitato, nei due decenni seguenti, che il peso della pagnotta aumentasse 21. Solo dopo che le grandi crisi dei tardi anni 40 e 50 ebbero dimostrato quanto fosse importante un peso minimo garantito, e quando, come conseguenza della peste del 1656, il rapporto tra prezzi e salario si risolse in favore della popolazione pove�ra romana, si verific�, lentamente, il mutamento che abbiamo descritto. Inoltre, nel caso dei secoli seguenti, esso si fece pi� forte perch�, nel momento in cui i prezzi del grano ricominciarono a salire, il manteni�mento della misura standard di otto once non appariva pi�, come nelle epoche precedenti, una cosa ovvia. Questi sono gli indizi (dal punto di vista dell'Annona) per una pi� �giusta� valutazione della sua politica ed essi saranno ancora pi� chiari dopo il 1763.

Per quanto concerne il secondo ingrediente del cibo divino dell'ab�bondanza, ‑ la possibilit� cio� che il peso del pane aumentasse ‑ pos�siamo chiederci se esso venisse considerato in maniera sufficiente. Una risposta globale non � difficile. Per gli anni dal 1621 al 1762, essa � assolutamente negativa, salvo piccole modificazioni relative al breve periodo del pontificato Rospigliosi e agli ultimi anni del XVII secolo. Positiva, con qualche riserva, pu� invece considerarsi per gli anni dal 1563 al 1607 e, soprattutto sino al 1583, poich� si verificarono, sino alla fine del primo decennio del Seicento, a pi� riprese, dei cali del limite minimo per il peso del pane. Solo per il periodo dal 1608 al 1620 la risposta pu� essere senz'altro positiva. La classe dei poveri romani trasse da tutto ci� criteri morali e di giudizio relativi al carattere e all'at�tivit� caritativa dei pontefici. Ma naturalmente l'intreccio tra bene e male non era facile da dipanare nella realt� dei fatti. E' vero che, quando si trattava di definire il peso della pagnotta, entravano in gioco, in misura crescente, categorie come oneri fiscali e strategie di mercato dell'Anno�na, nella loro qualit� di grandezze di ordine essenzialmente politico, ma esistevano ancora molte forze oscure ‑ non ultime quelle anonime della congiuntura che reclamavano il loro tributo in unit� di pane. Cos�, nel novembre 1621 la fine di quel tardo periodo di vacche grasse non fu provocata da oscure manovre; nel terzo decennio del XVII secolo, in presenza di una quotazione del grano sul mercato romano stabilmente elevata, non fu pi� possibile concedere un peso del pane pi� alto. Poi�ch�, malgrado i tempi bui, la misura minima di otto once per baiocco rimase invariata, non possiamo dimostrare nessuna trasgressione al codice dell'abbondanza che abbiamo appena definito. Malgrado ci� la vox populi fu tutta contro Gregorio XV e Urbano VIII 22. �Quando fu assunto al pontificato era incredibile la aspettazione che di lui haveva il popolo... Ma in pochissimo tempo s