Rosario Villani

LA CONDANNA DELLA RIBELLIONE NELL'ET� BAROCCA

 

La condanna e il discredito della ribellione penetrarono cos� profondamente nella cultura e nella coscienza collettiva dell'et� barocca da oscurare per lungo tempo il valore ideale della resistenza all'oppressione e alla tirannide, che in altri periodi storici era stato accettato ed esaltato. Una vastissima letteratura, che va dalle Vindiciae contro! tyrannos (1579) di Junius Stephanus Brutus (probabilmente (ugonotto Philippe Du PlessisMornay) al Behemoth (1679) di Thomas Hobbes, fu prodotta nel corso di un secolo sul tema della ribellione, per sostenere o negare la sua legittimit�, propugnarla o combatterla, analizzarne cause e aspetti, fare il resoconto o la storia dei singoli avvenimenti. Nell'arco del secolo e nell'insieme di questo materiale che per il semplice inventario richiederebbe pi� di un volume ‑ si pu� distinguere circa un cinquantennio (1590‑1640) in cui la negazione e il rifiuto furono nettamente dominanti rispetto alla giustificazione ed <il confronto delle idee e dei punti di vista. [...]

La forte pressione dall'alto e la diffusa convinzione di vivere in un periodo eccezionale di inquietudine e di turbolenza, provocate dall'espansione della popolazione urbana, dalla crisi economica, dalla conflittualit� sociale e da un senso generale di instabilit�, possono spiegare soltanto in parte o in modo molto generico la tendenza ad una rigida uniformit� culturale e l'accettazione quasi universale di principi che escludevano l'ipotesi o l'idea della resistenza al potere. Evidente, tipica del periodo e fortemente sentita fu allora (esigenza di escogitare �le maniere di trattenere il Popolo� col fine specifico di �ovviare � romori e a' sollevamenti�. Giovanni Botero, punto di riferimento obbligatorio della cultura politica barocca, l'ha affermata esplicitamente nel 1589: �Poich� il Popolo � di natura sua instabile, e desideroso di novit�, ne avviene che s'egli non � trattenuto con varij mezzi dal suo Prencipe, la cerca da se stesso anco con la mutatione di Stato e di go�verno; perci� tutti i Prencipi savij hanno introdotto alcuni trattenimenti popolari, ne' quali, quanto pi� si ecciter� la virt� dell'animo, e del corpo, tanto saranno pi� a proposito...�. Botero ricordava, come esempio particolarmente significativo, le cerimonie, feste e celebrazioni con le quali il cardinale Borromeo aveva �trattenuto l'infinito popolo di Milano... di tal maniera, che le Chiese erano dalla mattina alla sera sempre piene, n� fu mai popolo, o pi� allegro, o pi� contento, o pi� quieto di quel che erano i Milanesi, in quei tempi�. Le preferenze di Botero, nella mobilitazione della cultura‑spettacolo, andavano al teatro oltre che alle manifestazioni religiose, ed alla gravit� della tragedia piuttosto che alla frivolezza della commedia. Non sempre, comunque, l'intrattenimento popolare a scopo educativo e di prevenzione era ba�sato sul divertimento e sulle piacevoli fantasie. Un certo potere di con�vinzione fu affidato, oltre che alla ripetizione ossessiva di giudizi, im�magini e formule che miravano a creare una visione funesta della ribel�lione, soprattutto all'atrocit� ed alla spettacolare pubblicit� del castigo e della repressione. Sotto questo aspetto, la collaborazione tra cultura giuridica e potere ebbe una parte non secondaria nello studio e nella in�venzione delle �maniere di trattenere il Popolo�; n� mancarono l'incoraggiamento e il consenso dell'opinione comune sulla necessit� di castigare i ribelli nei modi pi� crudeli e di incutere terrore con l'esempio.

La volont� di conservazione di governi e classi dirigenti, e la loro generica azione culturale e di propaganda, non bastano tuttavia a spie�gare un orrore del cambiamento e della novit� che ha dato una impronta cos� forte a tutta l'epoca, condizionando il pensiero di persone, come Montaigne e Charron, la cui indipendenza di giudizio � fuori discus�sione e le idee o la psicologia degli stessi oppositori. Il diritto di difen�dere armata manu posizioni, interessi, libert� e privilegi di gruppi so�ciali o di comunit� fu rivendicato talvolta anche nell'et� barocca: ma, anzich� sul richiamo alle dottrine della resistenza al tiranno, come fre�quentemente avveniva prima, esso si bas� sulla proclamazione dell'ob�bedienza e della fedelt� al sovrano. Fu una delle conseguenze parados�sali del nuovo corso politico barocco. Coloro che non seguirono questa procedura e continuarono a opporsi frontalmente alla maest� e all'au�torit� del re apparvero, e in parte furono realmente, ombre e fantasmi del passato. Una convinzione diffusa ed entro certi limiti autonoma co�stitu� una base di consenso per l'opera di propaganda e di orientamento ideologico e culturale svolta dagli apparati di governo.

Il termine �ribelle� ha una certa ambiguit�: pur indicando specifica�mente, nel XVI e XVII secolo, il fautore del cambiamento politico (e per immediata assimilazione l'eretico), fu attribuito ad ogni forma di protesta sociale e di insubordinazione ed anche a criminali, banditi, de�vianti di ogni sorta che con la sovversione politica e con l'eresia ave�vano poco o niente a che fare. L'ossessione della presenza del ribelle, considerato nell'accezione pi� ampia e generica, tra le pieghe della so�ciet� non giustificherebbe la collocazione del suo ritratto nella galleria del barocco. II millenarismo, le utopie egualitarie, insieme alle varie forme di protesta elementare fino al banditismo �sociale� ed al tumulto della fame ebbero grande intensit� e frequenza nell'et� barocca ma non ebbero caratteri distinti rispetto ad altri periodi precedenti e seguenti. La scelta di inserire anche il ribelle tra le figure tipiche dell'et� barocca presuppone, se non un rovesciamento, almeno una presa di distanza dalla considerazione generica e totalizzante (o confusionaria) della sua fisionomia. Pur con la sua contraddittoria molteplicit� di aspetti, propositi, tendenze e risultati la ribellione riusc� allora, in qualche caso, a varcare la difficile soglia della politica e quindi ad influire sulla dina�mica della societ� e delle istituzioni; in circostanze eccezionali contribu� anche al loro rinnovamento ed al loro sviluppo. E' possibile, dunque, e necessario distinguere nel mare magnum del ribellismo della prima et� moderna le manifestazioni che, almeno tendenzialmente, ebbero un contenuto politico. Malgrado la deliberata volont� dei pi� diretti rappresentanti del potere di confondere le acque su un tema cos� im�portante, per fini immediatamente politici e di �reputazione� di governi e gruppi dirigenti, la cultura barocca oper� le opportune distinzioni e tenne presenti le differenze nella ricca casistica della ribellione. La pro�testa puramente sociale, dal tumulto urbano alla jacquerie contadina ed al brigantaggio pi� o meno colorato di motivi sociali, ebbe un posto ri�levantissimo, dal punto di vista quantitativo, nella storia europea alla fine del Cinquecento e durante la prima met� del Seicento, ma non comport� di per se stessa, per giudizio comune, il rischio del �muta�mento di Stato�. Malgrado l'interesse e l'attenzione per le forme pi� elementari di protesta, di anticonformismo e di eversione e l'endemica frequenza delle loro manifestazioni, la figura centrale, negata e temuta nello stesso tempo, fu anche allora quella del ribelle politico: ad essa si riferisce il diffuso timore del cambiamento e della novit� che appartenne nell'et� barocca alla cultura ed alla mentalit� comune.

Nel lungo periodo la monarchia spagnola fu la compagine statale pi� colpita dalle inquietudini e lacerazioni interne. Ma non fu la cultura spagnola a promuovere la nuova fase di demonizzazione del ribelle. L'epicentro fu invece la Francia, alla fine del Cinquecento. E con buona ragione, perch� la Francia aveva fatto un'esperienza catastrofica del tutto singolare rispetto alle altre grandi monarchie europee: trent'anni di rivolte e di guerre civili avevano colpito il cuore della na�zione, spingendola sull'orlo della rovina e del disfacimento e creando profonde lacerazioni nel suo tessuto politico. �I segni delle nostre di�sgrazie resteranno per sempre in Francia� scrisse nel 1595 il futuro precettore di Luigi XIII, David Rivault. Nel rinnovamento di idee poli�tiche e religiose che seguirono l'assassinio di Enrico III (1589) e ac�compagnarono i primi tempi del regno di Enrico IV, la condanna della ribellione ebbe un posto centrale. La sua irradiazione nel resto dell'Eu�ropa � stata poco studiata; ma non � difficile rendersi conto che, quando il problema venne affrontato in quegli anni nella letteratura politica degli altri paesi europei (a cominciare da Giusto Lipsio e da Botero), fu co�stante il riferimento esplicito o implicito all'esperienza rivoluzionaria della Francia ed alla interpretazione che ne diedero allora i sostenitori della ripresa e del rinnovamento della monarchia francese. Chiudere il periodo delle guerre di religione, aprire la via alla ricostruzione politica e morale della nazione, proporre nuove forme di convivenza tra chiese diverse e nuovi rapporti tra sovrano e sudditi: il grande impegno ideale e politico verso questi obiettivi presupponeva la critica radicale e pos�sibilmente la liquidazione delle dottrine che avevano dato una copertura ideale alla violenza ed ai movimenti rivoluzionari che nel corso di un trentennio avevano scardinato il potere e l'autorit� del sovrano.

La teoria della legittimit� della ribellione contro il tiranno, elaborata nel corso del Cinquecento sulla scia di un'ampia tradizione medievale e umanistica, ebbe, nelle sue varie versioni, una ispirazione teocratica. In Francia fu largamente accolta dagli ugonotti dopo la strage di San Bar�tolomeo e portata al punto di massima intensit� e vigore dalle Vindiciae. Mala sua ispirazione era in sintonia anche con l'estremismo cattolico. Jean Boucher, Guillaume Rose ed altri teologi‑politici cattolici non in�contrarono difficolt�, infatti, a trasferirla nel campo dei leghisti e degli avversari ad oltranza di Enrico IV. Opportunamente rielaborata, essa divenne poi la dottrina quasi ufficiale dei gesuiti con la pubblicazione del De Rege et Regis Institutione di Juan de Mariana (1599). Dopo che Enrico di Navarra divenne erede al trono i pi� autorevoli monarcomachi ugonotti si fecero sostenitori del diritto ereditario e si convertirono alla concezione assolutistica della sovranit�. Ma le loro dottrine avevano scavato un solco che non era facile colmare. Sia l'autore delle Vindiciae che Frangois Hotman nel Franco-Gallia avevano cercato di accostare alla giustificazione religiosa un autonomo fondamento giuridico e poli�tico della ribellione, con la tesi dell'origine elettiva della monarchia e della preminenza degli Stati generali sul sovrano. A loro volta i teorici cattolici avevano attenuato l'impostazione rigidamente nobiliare che aveva avuto la teoria nella sua formulazione originaria. Il campo della sua potenziale influenza si era allargato cos� anche al di fuori del terreno sul quale e per il quale essa era nata.

La grande campagna contro la rivoluzione che si svilupp� in Francia come reazione al disastro provocato dalle guerre di religione fu con�dotta soprattutto dal movimento dei cosiddetti �politici�. Fu un caso interessante di collaborazione tra potere politico e cultura e di conver�genza di esperienze e posizioni ideali diverse intorno ad un obiettivo comune. L'elenco dei protagonisti comprende, tra gli altri, Pierre Charron, l'amico di Montaigne e autore del celebre trattato sulla sag�gezza; Daniel Drouin, il cui Miroir des Rebelles pu� essere forse considerato il primo testo specifico e sistematico della letteratura ba�rocca sulla rivoluzione; il gruppo di �politici� parigini che, in occasione degli Stati generali convocati nel 1593 dai capi della Lega cattolica, scrissero la famosa Satyre M�nipp�e; il gi� ricordato Rivault; Gabriel Chappuys, segretario e interprete di Enrico IV per la lingua spagnola, traduttore di Boccaccio e di Ariosto, di Castiglione e di Niccol� Franco; il dottore in teologia e canonico della Chiesa metropolitana di Tolosa Jean de Baricave, che pubblic� un trattato di mille pagine. Michel Roussel, portavoce della Sorbona, e lo scozzese William Barclay, emi�grato in Francia, professore di diritto nell'Universit� di Angers e in�ventore del termine monarcomachi, diedero alla campagna una dimen�sione pi� ampia allargando il discorso, oltre i confini della cultura poli�tica francese, a George Buchanan e Juan de Mariana.

La dimostrazione che i testi dei monarcomachi si basavano su una interpretazione errata e arbitraria delle Sacre Scritture ebbe ovviamente una parte importante nella campagna. Ma il vero punto di forza fu l'evidenza dei guasti che la ribellione aveva provocato in Francia e la corrispondenza, a diversi livelli di intensit�, tra l'esperienza francese e i fenomeni di ribellismo che anche gli altri paesi europei avevano speri�mentato nel corso del secolo XVI.

Due grandi attentati, l'assassinio di Enrico III nel 1589 e quello di Enrico IV nel 1610, segnarono due momenti di particolare intensit� della polemica. I motivi principali dell'offensiva controrivoluzionaria furono elaborati e si affermarono gi� intorno al 1590. A differenza di quello del suo successore, l'assassinio di Enrico III non fu un episodio isolato; avvenne invece nel momento culminante dell'agitazione rivoluzionaria, subito dopo l'insurrezione e le barricate di Parigi, promosse dalla Lega cattolica nel maggio del 1588, e dopo che il prestigio e l'autorit� del sovrano, costretto a fuggire dalla capitale, erano caduti nel punto pi� basso. Un campionario dei pi� autorevoli ribelli, esponenti della nobilt� e della gerarchia ecclesiastica e protagonisti della fase fi�nale delle guerre civili, fu presentato dalla Satyre M�nipp�e nel 1594. Il duca di Mayenne, l'arcivescovo di Lyon, il rettore della Sorbonne, il famigerato governatore di Pierrefront, mezzo nobile e mezzo brigante, il legato pontificio, formano, nella galleria della Satyre, una serie im�pressionante di ritratti di brutale egoismo, spirito di sopraffazione, in�giustizia, demagogia, slealt� nei confronti della nazione. Il quadro ebbe un grande successo non solo per l'abilit� letteraria degli autori di quel �roi des pamphlets� (come fu definito nell'Ottocento), ma per la credi�bilit� e la forza che gli davano le condizioni in cui versava il paese e gli esiti della ribellione, l'evidente offuscamento dei valori ideali e reli�giosi, l'anarchia, il terrore, la presenza delle milizie spagnole nella ca�pitale: �O Parigi che non sei pi� Parigi, ma una spelonca di bestie fe�roci, una cittadella di Spagnuoli, Valloni e Napoletani, un rifugio e asilo sicuro di ladri, omicidi e assassini, non vorrai mai riprendere la tua dignit� e ricordarti di quello che sei stata?�. Lo sdegno patriottico e la passione civile che hanno fatto della Satyre un classico della lettera�tura politica e un punto di riferimento della coscienza nazionale fran�cese, sono rivolti, pi� che a condannare il principio della ribellione, a smascherare i singoli ribelli, a denunciare l'antitesi tra i princ�pi che essi proclamavano ed i loro comportamenti reali, tra i fini dichiarati e i risultati della loro azione. Diversa � l'impostazione del Miroir des Re�belles di Daniel Drouin, la cui forza di convinzione si basa sul propo�sito di trarre conclusioni generali dall'esperienza particolare della Fran�cia; o meglio, di stabilire una stretta connessione tra il giudizio sull'esperienza francese e la condanna generale e teorica della ribel�lione. Il fenomeno � considerato in un panorama che va dalla storia ebraica all'Europa cristiana medievale e moderna, attraversando il mondo greco e gli imperi persiano, romano, turco; � in questa dimen�sione di storia universale che si pu� cogliere pienamente il significato delle vicende trentennali della Francia, con le quali il panorama si con�clude. �E' a voi, mia nazione francese ‑ scrive Drouin ‑ che ho voluto parlare in questo libro... perch� non c'� oggi al mondo un popolo pi� di voi dedito alla sedizione... Ascoltatemi, miserabili ribelli e persecu�tori della vostra propria nazione... Con quale argomento, con quale pretesto continuate a resistere a mano armata contro la Corona? In ve�rit� non ne avete alcuno e non ci fu mai al mondo una ribellione pi�

immotivata della vostra�. Il giudizio che domina il panorama storico generale e la ricostruzione delle vicende pi� recenti e vicine � il destino fallimentare della ribellione e la ineluttabilit� del castigo. E' qui, se�condo Drouin, in questa inevitabile e costante conclusione, il segno della volont� divina di sostenere il potere legittimo, anche quando ap�partiene a re pagani e idolatri: �Se i ribelli infedeli che ignoravano la via della salvezza non sono stati risparmiati dalla mano vendicatrice dell'Onnipotente che ha voluto mantenere nei loro regni sovrani pagani e idolatri, che sar� dei cristiani che sfrontatamente si sollevano contro i loro signori?�. �Dio sta sempre dalla parte della legittimit�: il libro vuole dare, attraverso il tema del fallimento, un supporto storico alla teoria sull'origine divina del potere regio, che � il punto di riferimento comune e il fondamento teorico positivo di tutta la campagna controri�voluzionaria. L'argomento appariva agli uomini del XVI secolo meno astratto e aprioristico di quanto potrebbe sembrare a noi: quel che di tragico ha la figura del ribelle barocco, la sua volont� di respingere dalla propria persona quel marchio, anche in contrasto con i propri ge�sti ed i propri fini, lo sforzo di collegarsi ad ogni costo ad una legalit� costituzionale e ad una tradizione consolidata, dipendono in buona par�te dalla convinzione che difficilmente la ribellione potr� sfuggire alla sorte del fallimento. Se la riforma protestante poteva suggerire l'idea di una rivoluzione vittoriosa, sul piano pi� strettamente politico e sociale l'insuccesso era la regola. Drouin attribuiva il destino fallimentare alla volont� divina, ma non mancava di indicare i dati di fatto che davano all'esito fallimentare ed al castigo un'altissima probabilit� e quasi una meccanica necessit�. Nella complessa tipologia delineata dal Drouin, che non trascura n� i grandi movimenti contadini �senza altri capi che ladri e briganti� n� le sollevazioni popolari delle citt� e particolarmente di Parigi, emerge con grande evidenza che il vero pericolo viene dai Grandi. Le sollevazioni popolari, rurali e urbane, proteste puramente sociali o rivolte della fame, sono destinate a non avere in quanto tali nessuna influenza sulla stabilit� dello Stato. Esse diventano pericolose soltanto se i Grandi se ne servono strumentalmente ai loro fini. E' quello che � avvenuto, infatti, nel corso delle guerre di religione: �I pi� Grandi hanno la colpa pi� grande�. E' necessario dunque che i popo�lari siano puniti nel modo pi� severo, per evitare che si lascino trasci�nare a diventare strumento e massa di manovra di disegni politici che appartengono alle alte sfere (�se si facesse oggi una punizione cos� esemplare dei ribelli ‑ suggerisce Drouin dopo avere rievocato una serie di atroci supplizi seguiti a tentativi di ribellione ‑ indubbiamente non ce ne sarebbe un numero cos� grande: perch� il timore di tali supplizi li spingerebbe ad abbandonare il partito dei sediziosi�); ma la vera e giu�sta indignazione del principe �deve cadere sui Grandi, che comune�mente sono la causa di tanti tumulti e sedizioni... considerando anche il fatto che la punizione dei grandi personaggi fatta pubblicamente incute maggiore paura ai piccoli e serve, come esempio, pi� che se si faces�sero impiccare mille del popolo minuto. Il supplizio di un Grande spa�venta una infinita moltitudine di piccoli�.

In quanto azione promossa e ispirata dalla nobilt� e soprattutto dai grandi signori (il cui disprezzo per il resto del mondo e per il suddito �ignobile� irritava fortemente la sensibilit� del borghese, intellettuale, magistrato o uomo d'affari, come risulta anche dal discorso attribuito nella Satyre M�nipp�e al rappresentante del Terzo Stato), la ribellione appariva dunque come violenza particolaristica, ingiusta difesa di ar�caici privilegi contro l'interesse generale della nazione e contro l'equili�brio politico e sociale garantito dalla monarchia. Era qui, nel suo con�tenuto retrogrado, il fondamento principale della sua debolezza. Qua�lunque azione rivoluzionaria, inoltre, poteva raggiungere una certa ef�ficacia soltanto a condizione di basarsi sul sostegno popolare, che in effetti i Grandi ribelli avevano sfrenatamente sollecitato e organizzato nel corso delle guerre civili. Questa operazione demagogica era consi�derata il pi� nefando attentato contro il vivere civile e contro la societ�, perch� significava dare spazio allo scatenamento di istinti brutali ed alla barbarie, e, nello stesso tempo, era segno di velleitarismo e insensa�tezza perch� nulla poteva essere pi� fragile e illusorio del sostegno po�polare, inevitabilmente destinato a venir meno nel breve periodo.

Ci sono qui tutti gli elementi del modello di interpretazione che la cultura barocca avrebbe fatto proprio. Nel complesso rapporto tra mo�vimenti religiosi, opposizione aristocratica e agitazione popolare, liso�lamento delle tendenze eversive della nobilt� e la denuncia dell'uso strumentale della religione non erano certamente una novit�. Questa chiave di interpretazione era, anzi, usata frequentemente. Se ne era ser�vito, per esempio, anche l'ambasciatore della Repubblica di Venezia a Parigi, quando aveva affermato che le guerre civili erano nate dalla vo�lont� del cardinale di Lorena di non avere eguali e dell'ammiraglio Co�ligny e della casa di Montmorency di non riconoscere superiore. La campagna dei �politici� inser� i diversi dati dell'esperienza rivoluziona�ria in una analisi sistematica che suggeriva anche un giudizio generale sul fenomeno della ribellione nella societ� contemporanea, la possibilit� di cogliere analogie e trovare conferme in altri casi storici. La conside�razione delle cose di Francia influ� certamente, come si � gi� accennato, sulla riflessione teorico‑politica di Botero e di Giusto Lipsio. Il richiamo del primo alla Francia � frequente: �i gran rumori ch'habbiamo fin di qua sentito�; il �Regno, altre volte floridissimo, ridotto in estrema miseria�; � il paese si deserta e si rovina�. Non � da escludere che i suoi giudizi sulle tendenze eversive della nobilt� e sulle esperienze italiane di ribellismo aristocratico abbiano una diretta connessione an�che con le posizioni che i �politici� francesi venivano delineando: �N� signori particolari di un Regno vi � del bene e vi � del male; il male � l'autorit�, e la potenza, in quanto ella � sospetta al Prencipe soprano: perch� � quasi un appoggio, e un rifugio apparecchiato a chi volesse ammutinarsi, e sollevarsi; o a chi tentasse di muover guerra, e di assal�tar lo Stato; come sono stati i Principi di Taranto, e di Salerno, et i Du�chi di Sessa e di Rossano nel Regno di Napoli�. Anche Lipsio consi�dera �le fattioni de' nobili�, �le discordie tra gli huomini chiari e po�tenti� e la loro inclinazione a �mettere sotto sopra il mondo, e sanare le proprie piaghe c� 1 male della Republica� come l'origine della �ruina universale� e dei peggiori mali dello Stato. Il suo traduttore italiano, il gentiluomo ferrarese Ercole Cati, commenta nel 1618: �Senza ricercare altri esempi della natura e degli effetti delle fattioni basta assai il consi�derare in questo luogo gli strani avvenimenti succeduti in Francia e in Fiandra per la cospirazione insieme e per l'avversione degli animi di que' popoli da' loro veri e legittimi Prencipi sotto pretesto di libert� di coscientia e di religione, ma in effetti nelli pi�, maggiori, e pi� potenti Signori per astio, odio e invidia particolare l'una casa per iscacciare l'altra dell'autorit� e della possanza... e finalmente quando s'� creduto esservi interregno gli uni per occupare uno squarcio per s� del regno... gli altri un altro, e alcuni ancora per impodestarsi della corona intiera�mente�. La posizione di Lipsio sulla questione della tirannide era per�fettamente in linea con la campagna dei �politici� francesi: pur ricono�scendo che insorgere contro la tirannide e levarla dal mondo �� da huomo di pi� alto cuore� e che �i Greci hanno attribuito divini honori a quelli che hanno uccisi i tiranni�, sosteneva che la risoluzione migliore e pi� confornie alla prudenza � tollerarla. Il potere viene da Dio, la guerra civile � peggiore della tirannide, la sottomissione mitiga la natura di chi comanda, il cambiamento pu� produrre anche inconvenienti peg�giori: � conchiudo adunque doversi sopportare la natura de' Pren�cipi�...

 

* La versione integrale del saggio, di cui si anticipano qui alcune pagine, sar� pubblicata, nei prossimi mesi, nel volume L'uomo barocco, curato da R. Villani per le edizioni Latenza.