Corrado Vivanti

CHABOD E MACHIAVELLI

 

Nonostante la mole della bibliografia su Machiavelli, accumulatasi dopo la pubblicazione dei saggi raccolti in questo volume, ancora oggi chi intraprenda a studiare l'opera del Segretario fiorentino non pu� non misurarsi con il lavoro di Chabod. E questo non solo per astratto omaggio al principio erudito che impone di conoscere quanto pi� ampiamente possibile la letteratura sull'argomento, n� unicamente per il valore delle puntuali osservazioni di questo o quel saggio: proprio la peculiarit� della riflessione che Chabod avvi� sin dai primi anni Venti, ha impresso agli studi su Machiavelli una impostazione da cui non pu� prescindere una seria critica.

Come � stato spesso ricordato, Chabod ‑ studente universitario ventiduenne, intento a redigere una tesi di laurea sulle origini delle Signorie ‑venne designato nel 1923 dal suo maestro, Pietro Egidi, quale curatore di un'edizione annotata del Principe, destinata alla collana dei �Classici italiani� della Utet. Il saggio introduttivo, per�, assunse tali dimensioni da dover essere drasticamente ridotto per il volume che sarebbe uscito a stampa nel 1924; venne tuttavia utilizzato per la tesi di laurea e successivamente pubblicato sulla �Nuova rivista storica� nel 1925. In apparenza, lo studio sulle Signorie fu invece abbandonato, e di esso � rimasta traccia solo in qualche recensione e in un'ampia rassegna comparsa nel 1925 sulla �Rivista storica italiana� 1. In quegli anni ‑ ha osservato Garin 2 ‑ �impegnarsi su Machiavelli non era analizzare un momento qualsiasi della storia italiana: significava prendere posizione su tutte le questioni fondamentali della politica e della storia italiana�. Il Principe, in particolare, era allora al centro di un dibattito sullo Stato, alimentato dalla crisi che, dopo la �grande guerra�, aveva investito le istituzioni democratico‑liberali; uscendo so�vente dall'ambito degli studi specifici, vediamo intervenire su tale tema non solo i maggiori intellettuali del tempo, a cominciare da Croce e da Gentile, ma gli stessi uomini politici. Cos�, nell'aprile del 1923, Mus�solini pubblicava su �Gerarchia� Preludio a Machiavelli, in cui espo�neva le ragioni dei suoi propositi eversivi nei confronti degli ordina�menti liberali dello Stato, mentre di l� a pochi anni Antonio Gramsci, nel carcere dove il fascismo lo aveva rinchiuso �per impedire a quel cervello di funzionare� 3, cominciava a stendere in uno dei suoi Qua�derni quelle Noterelle sulla politica del Machiavelli, che avrebbero co�stituito il nucleo essenziale della sua teoria politica.

Certo, in casi come questi, il Segretario fiorentino era pur sempre ‑l'osservazione � di Benedetto Croce 4 ‑ soltanto il �simbolo della pura politica� o, pi� semplicemente, una metafora: quasi come il suo Cen�tauro, precettore di principi, che Gramsci indicava a simbolo della �doppia prospettiva nell'azione politica e nell'azione statale� per la sua duplice natura, ferina ed umana, in cui ravvisava i due momenti, a suo giudizio complementari, della forza e del consenso 5. Era ‑ con ben al�tro impegno e tensione intellettuale ‑ una replica a Mussolini, che nello scritto del 1923 aveva invece scorto in Machiavelli �l'antitesi fra Prin�cipe e popolo, fra Stato e individuo�: ne aveva tratto argomento per af�fermare la �forza organizzata dello Stato�, a cui il Principe poteva to�talmente rimettersi, subordinando ad essa la ricerca del consenso: �il consenso � mutevole come le formazioni della sabbia in riva al mare�, aveva scritto sprezzantemente in un articolo di poche settimane prima 6. Del resto, in quella �antitesi�, il popolo era definito �una entit� mera�mente astratta, come entit� politica�, a cui �si ordina senz'altro o di ac�cettare una Rivoluzione o la pace, o di marciare verso l'ignoto di una guerra�; ma ad esso ‑ concludeva ‑ �non resta che un monosillabo per affermare e obbedire� 7. Considerazioni discutibili, se riferite a Ma�chiavelli, ma in qualche modo spiegabili da parte di chi si accingeva a imporre con la violenza la propria dittatura al paese. Assai meno giusti�ficati erano invece taluni studiosi, che avevano offerto il destro a quel genere di interpretazioni. Primeggiava fra costoro Francesco Ercole. Gi� nei suoi corsi uni�versitari cagliaritani su �lo Stato nel pensiero del Machiavelli�, rielabo�rati in saggi nel 1916‑17, aveva chiaramente rivelato il forte ascendente che su di lui esercitavano le dottrine del nazionalismo, e anche pi� accentuato appariva tale influsso negli articoli, dedicati sempre al Segretario fiorentino, pubblicati nel 1920 e '21 su �Politica�, la rivista di Alfredo Rocco, futuro ministro guardasigilli di Mussolini. Non che la sua fosse una pubblicistica immediatamente politica: storico dell'et� di trapasso dai Comuni alle Signorie e della �crisi della libert� italiana� fra Quattro e Cinquecento, Ercole aveva dato con i suoi studi �un contributo non trascurabile per una comprensione di "lemmi" fondamentali del vocabolario machiavelliano�, ricollegandolo alla tradizione giuridica medievale e umanistica� 8. Tuttavia il suo �sbocco interpretativo� for�zava sino all'anacronismo il pensiero dell'autore del Principe, quasi astraendolo �fuori di ogni limite temporale e spaziale� 9, nel diniego di �ogni distinzione fra moralit� pubblica e privata� e nell'assunzione a categoria del �dovere di agire come cittadini, di non volere, cio�, mai nulla che appaia in contrasto col bene comune� 10. In altri termini, l'idea di nazione assurgeva, nei suoi scritti, a supremo valore etico, e in suo nome si poteva pretendere l'alienazione dell'individuo alla volont� dello Stato. Ora, � ben vero che Machiavelli ‑ accogliendo una tradizione di pen�siero che risale agli antichi greci ‑ tendeva a considerare gli uomini an�zitutto come insieme di esseri politici, costituenti un popolo, una �republica�, alla quale ogni individuo � subordinato: �perch� ‑ spie�gava nei Discorsi 11 ‑ dove si delibera al tutto della salute della patria, non vi debbe cadere alcuna considerazione n� di giusto n� d'ingiusto, n� di piatoso n� di crudele, n� di laudabile n� di ignominioso; anzi, po�sposto ogni altro rispetto, seguire al tutto quel partito che le salvi la vita e mantenghile la libert�. Il passo commenta le tragiche circostanze in cui era venuta a trovarsi Roma dopo la disfatta a Caudio nella seconda guerra sannitica, e va pur rilevato che di rado Machiavelli si esprime con tale concitazione: solo quando tutto � in gioco, quando l'occasione perduta rischia di far volgere le spalle alla fortuna o �dove si delibera al tutto della salute della patria�. Pensiamo all'esortazione fnale del Prin�cipe o anche alla lettera inviata a Guicciardini nel maggio 1526, incom�bendo i lanzi di Carlo V da cui sarebbe stata messa a sacco Roma, che chiude con l'appassionato incitamento: �Liberate diuturna cura Ita�liam�. In ogni modo, se non � qui il caso di illustrare come in Machia�velli troviamo pure l'aspirazione a una societ� di cittadini liberi in una � republica non corrotta�, capace di operare per il bene comune grazie al comune consenso, non sar� arrischiato affermare che certamente, ai tempi di Machiavelli, � i dritti dell'uomo non entravano ancora nel co�dice della libert� 12, ma neppure pu� esserci qualcosa in comune fra la sua riflessione politica e la dottrina dello �Stato etico�. Ben si capisce, allora, il senso di sollievo che il lavoro di Chabod sul Principe comunic� a studiosi come Momigliano. �Per noi che lo leggemmo quando apparve ‑ avrebbe ricordato il grande storico del mondo antico 13 ‑ in anni in cui non si faceva che parlare dell'attualit� di Machiavelli, il saggio di Chabod sembr� un atto di liberazione. Il Prin�cipe era riportato al suo tempo e commisurato alla realt� politica d'al�lora, era privato della sua conclamata attualit� per il secolo XX.� Ricollocare il pensiero di Machiavelli nella sua et� fu appunto il ri�sultato maggiore del lavoro di Chabod. Non era certo, il suo, 1'atteggiamento di chi si estranea dagli avvenimenti in mezzo ai quali pur vive: �la tempra dello storico e l'animo del cittadino� si esprimono chiara�mente, quando necessario, nei suoi scritti 14. Ma in questo caso l'esi�genza di pulizia morale e politica si univa al rigore dell'analisi per con�trastare un indirizzo che, nell'ambito stesso degli studi, rischiava di as�servire la ricerca e di falsarne gli obiettivi. Anni dopo, Chabod avrebbe espresso la propria riprovazione per la tendenza ‑ ancora in auge negli studi sul Rinascimento e indicata come particolarmente pericolosa in quelli su Machiavelli ‑ che si proponeva di �esaminare il pensiero in s�, astraendo dai tempi, dalle condizioni storiche, dalla vita politico‑socia�le� 15. Fortunatamente, la robustezza filologica dell'intervento di Cha�bod nel 1925 e l'autorit� che egli si sarebbe conquistata nel mondo scientifico avrebbero consentito al colpo di barra da lui impresso di orientare durevolmente gli studi su Machiavelli. Certo, la sua �attualiz�zazione�, o almeno l'esame del suo pensiero in termini ‑ come usa dirsi ‑ politologici e la tentazione di astrarne il senso e il valore sino a farne la formulazione di un �politico puro�, valida per tutti i tempi e tutti i climi, appare una propensione continuamente riaffiorante: cos�, ancora in anni recenti �il momento machiavelliano� � stato proposto come una costante del pensiero occidentale, individuabile attraverso differenti e talora sconcertanti reincarnazioni 16. Tuttavia, anche grazie alla lezione di Chabod abbiamo appreso che ‑ pur tenendo conto, nello studiare Machiavelli, di quel rapporto fra passato e presente da cui � alimentata e sostanziata la riflessione storiografica ‑ � opportuno esercitare una vigile critica nei confronti di ogni analisi che tenda a estrapolare la let�tura del Principe (come di qualsiasi altra opera) dal suo contesto pre�ciso. Chabod era ben consapevole ‑ e lo dichiarava ‑ di aver fortemente contribuito �a far del Machiavelli autore del Principe l'espressione teo�rica, il riassunto ideale dello svolgimento della vita italiana fra Tre e Quattrocento, a veder nel suo pensiero riflettersi e chiarirsi, a linee scarne ma incisive, quel processo secolare che, sulle rovine dell'antica libert� comunale, aveva condotto al trionfo dello Stato principesco, as�soluto� 17. Nel saggio del '25 18 aveva efficacemente tratteggiato la tendenza al coagularsi di formazioni signorili, di �ampi domini, spe�cialmente nella valle padana, in cui si poteva scorgere l'inizio dello Stato regionale�, con le sue prime strutture burocratiche, i tentativi di �organamento politico unitario� nell'amministrazione, gli ordinamenti giuridici e fiscali, e d'altra parte il fallimento dei tentativi unitari per i contrasti interni, le rivalit� economiche, il persistere e la strenua difesa di prerogative locali, e insomma l'assenza di quella �unit� morale� che in altri paesi aveva trovato un punto di riferimento nelle tradizioni di una dinastia, capace di dare il senso di �una ininterrotta esistenza sto�rica�. I tentativi e gli errori del passato avrebbero potuto risolversi ‑nella visione di Machiavelli ‑ mediante la volont�, la scaltrezza, la �virt� di una personalit� d'eccezione. Il suo �principe� avrebbe po�tuto costituire il superamento dialettico di quel contrasto fra le tendenze unitarie e le spinte disgregatrici, surrogando la mancanza di tradizioni con la sua volont� di dominio. Alcuni anni dopo, a proposito di Carlo V, Chabod avrebbe formulato un paragone chiarificatore 19: per l'imperatore asburgico �la vita dello Stato si identifica con quella del sovrano, si antropomorfizza; e sarebbe certo un processo identico a quello che conduce Machiavelli, nel Principe, ad incarnare l'organismo politico nella figura concreta, corporea del suo capo, se ancora una volta, a differenziare mentalit� del Rinascimento italiano e mentalit� della tradizione franco‑borgognona, non intervenisse il fatto che per quest'ultima la persona singola, del singolo principe, � tuttavia a sua volta conglobata in un nesso superindividuale, offerto dall'idea "dina�stica"�. Ma, a ben guardare, l'ordito di note e di riferimenti bibliografici, su cui Chabod aveva intessuto nel 1925 la sua ricostruzione del Principe, si rivelava come il frutto del lavorio tenace che aveva assorbito i suoi primi anni di ricerca. Lo studio dell'et� comunale e signorile, se era ri�masto allo stadio di un abbozzo imperfetto, lasciato incompiuto in se�guito all'incarico repentinamente affidatogli da Egidi e ai nuovi interessi suscitati, aveva anche rappresentato la premessa necessaria della sua riflessione su Machiavelli. Senza quell'esperienza di ricerca, forse la sua impostazione rigorosamente storica non avrebbe avuto l'ampio re�spiro che pot� assumere e sarebbe stata priva della forza persuasivi dovuta alle sue complesse implicazioni. Perch� proprio il confluire nel lavoro intorno a Machiavelli degli studi sulla Signorie consentiva a Chabod di collegare strettamente quei temi e i loro problemi alla sua visione del Rinascimento. �La profonda e insanabile debolezza della vita italiana del Rinascimento� 2� appare come un giudizio che, nei suoi termini generali, si ricongiunge alla cri�tica di De Sanctis, quando condannava quello che pure scorgeva come un �grande movimento dello spirito che segna l'aurora de' tempi mo�derni� 21. Ma in Chabod l'analisi storica si fa attenta a quegli aspetti che nella valutazione della storia letteraria desanctisiana restavano necessa�riamente in ombra: la vita sociale, i rapporti politici all'interno dei gruppi dirigenti, le insufficienze delle classi al potere. Certo, una lunga tradizione di studi ‑ che pu� essere fatta risalire al Sismondi delle Repubbliche italiane del Medioevo ‑ aveva lumeggiato come taluni fenomeni di decadenza politica fossero contradditoriamente coevi al fiorire della civilt� rinascimentale, rilevando uno sfasamento cronologico tra la fine dei liberi comuni e i progressi dello spirito umano. Ma �la tesi della crisi del Rinascimento� ‑ ha notato acutamente Bertelli 22 ‑ assume in Chabod una connotazione peculiare. Anche per lui, gi� nell'Italia comunale �venivano maturando i germi del Rinasci�mento� e �la prima fase� di quell'et� era vista coincidere con �l�erom�pere delle nuove, giovani forze, cha d�nno vita alla nazione italiana, e che cominciano a trasfondere la loro pienezza di energia dal terreno puramente pratico al terreno delle ideologie e dei miti� 23. Del pari, il �tramonto� dell'aspirazione a rinnovare le glorie passate per dare alla vita italiana uno slancio rigeneratore � giudicato �in stretta connessione con l'infiacchimento�, con �la iniziantesi decadenza politica ed econo�mica, con il venir meno delle grandi speranze e della volont� d'azione, in una parola con il tramonto delle forze creatrici che avevano dato ali�mento ed essere alla nuova civilt� 24. Ma questi giudizi, che delineano l'arco di tempo lungo il quale si sviluppa, declina e si esaurisce il movimento rinascimentale, si fondano su quegli studi intorno al formarsi delle Signorie in cui pi� attenta � l'analisi dei ceti dirigenti italiani, Chabod stesso, in una famosa rasse�gna degli Studi di storia del Rinascimento, avrebbe indicato pi� tardi da quali orientamenti fosse stato mosso nei suoi lavori giovanili.

� Il crite�rio classista�, che aveva dominato l'interpretazione della storia comu�nale sul finire del secolo XIX e nei primi anni del Novecento, all'indo�mani della prima guerra mondiale �apparve insufficiente, quando non addirittura travisante la realt� storica del secolo XIII�. Se � il gran me�rito di quella che fu battezzata la scuola economico‑giuridica non and� perduto� e rest� essenziale nel lavoro storiografico �l'affondar l'inda�gine nella vita economico‑sociale‑morale dei Comuni, non pi� accontentandosi dello schema tradizionale libert�‑indipendenza�, altre insuf�ficienze erano tuttavia venute alla luce. �La spiegazione fondata sulla contrapposizione produttori‑consumatori, capitale immobiliare‑capitale mobiliare apparve, com'era, troppo semplificatrice, troppo schematica, troppo inquadrante la storia del secolo XIII in una visione ispirata alla storia del secolo XIX� 25. I rischi dell'anacronismo non potevano non preoccupare chi, nello studiare Machiavelli, aveva provato tanta insofferenza verso �il tenta�tivo, che ha trovato il suo massimo esponente nell'Ercole�, di confor�marne il pensiero a quello di �un teorico dello Stato, consequenziario al pari di un dottrinario dell'Ottocento� 26. Se, davanti a quel procedi�mento, la via d'uscita non poteva essere altra che quella di insistere sulla �stretta connessione fra svolgimento storico e momento specula�tivo, idee e societ�, un procedimento analogo si imponeva per il pro�blema del Rinascimento e del rapporto da stabilire fra quel momento e le vicende dei Comuni e delle Signorie. Qui, se mai, � da rilevare come la crisi politica del primo dopoguerra non fosse priva di suggestioni nello sforzo di spiegazione tentato da Chabod: il nesso che Sestan ha messo in evidenza fra lo studioso e il cittadino traspare chiaramente in quelle pagine, seppur posto all'insegna di nomi che generalmente siamo abituati a leggere con esiti differenti. Scrive Chabod: �E urgendo e premendo, in quei giorni non lontani da noi, nella crisi delle istituzioni e di spirito pubblico ch'ebbe la sua espressione clamorosa in Italia nel 1922, ma era pi� o meno palese un po' dovunque, altri problemi che non fossero quelli delle sole classi sociali, da queste ultime l'atten�zione si spost�, anche storiografcamente, alla classe in senso politico, cio� al ceto dirigente: si potrebbe dire che al posto di Marx e di Antonio Labriola allora influ�, con la sua teoria della classe politica, Gaetano Mosca� 27. Non avrebbe senso osservare pedantescamente che si trattava di una certa lettura di Marx e di Labriola, ch� certo l'autore delle Lotte di classe in Francia o quello di Da un secolo all'altro non erano poi tanto lontani da quei problemi. Piuttosto verrebbe voglia di notare come l'indicazione di Chabod muovesse in una direzione che non era cos� divergente da quella di Gramsci, il quale ‑ seppure con intenti critici ‑identificava la �classe politica� di Mosca con �la categoria intellettuale del gruppo sociale dominante� 28. In effetti a Chabod premeva mettere in luce la debolezza dei ceti dirigenti dell'et� comunale e signorile, la loro incapacit� di affermare quella che Gramsci avrebbe chiamato �egemonia�. Sono consonanze di qualche interesse, certo non per sta�bilire assurde parentele ideali e, meno ancora, ideologiche; s� per capire in quale direzione procedesse lo sforzo di riflessione imposto in quegli anni a chi studiava la storia del paese, sentendo gravare angosciosa�mente taluni caratteri originali della vita italiana. Chabod, nell'esaminare il crescere e il progredire della vita politica ed economica nell'Italia medievale, polemizzava con la visione �clas�sicistica�, che aveva semplicemente contrapposto �aristocrazia feudale� e �negoziatori�: per parte sua, metteva invece in risalto la formazione assai pi� complessa di un �ceto dirigente�, di cui facevano parte �non tutti i negoziatori, ma nemmeno proprio tutti i militi, poich� dell'uno e dell'altra casta vengono in luce gli uomini eminenti per ricchezze, o per tradizioni, o per potenza militare, quelli cio� capaci di reggere il gover�no� 29. Tuttavia il processo di unificazione non arriv� del tutto a com�pimento, e sussistettero divisioni e distinzioni che si fecero manifeste nella lotta politica. Gli urti interni vennero alimentati non tanto dal con�trasto sociale, �bene spesso ridotto d'assai nelle sue cagioni, quanto dalle questioni di predominio interno, dalla volont� di conquista del potere�. L'acuirsi degli scontri fin� col provocare odi e spaccature tanto profonde �che infine i partiti accettano anche il predominio di un'auto�rit� esterna, pur di schiacciare il nemico�. E Chabod concludeva: � Al�lora veramente lo spirito di parte, che ha trasformato i motivi di contra�sto sociale in motivi passionali di psicologia umana, sopraff� lo spirito cittadino� 30. Sono passi essenziali per l'individuazione delle insufficienze, delle debolezze interne di quei ceti dirigenti comunali, che non arrivarono mai a farsi Stato. E va detto che il senso delle loro lotte era gi� chiaro a Machiavelli quando, nel Proemio delle Istorie fiorentine, notava l'inca�pacit� delle fazioni di risolvere i loro scontri attraverso un ampliamento delle forze al potere e la creazione di nuovi organismi di governo, quella �virt� che nei Discorsi aveva indicato come peculiare dell'antica Roma. Esse invece avevano ostinatamente perseguito la distruzione politica, ma spesso anche fisica, dell'avversario: �In Roma, come cia�scuno sa, poi che i re ne furono cacciati, nacque la disunione intra i nobili e la plebe [...]. Ma di Firenze in prima si divisono intra loro i nobili, di poi i nobili e il popolo, e in ultimo il popolo e la plebe; e molte volte occorse che una di queste parti, rimasa superiore, si divise in due. Dalle quali divisioni ne nacquero tante morti, tanti esili, tante destruzioni di famiglie, quante mai ne nascessero in alcuna citt� della quale si abbia memoria�. Se poi nelle Istorie fiorentine, diversamente che nei Discorsi, la riflessione di Machiavelli procedeva in altra dire�zione, e anzich� mettere in luce la forza creatrice della Roma �tumul�tuaria�, traeva argomento per indicare le capacit� di ripresa e le risorse della Firenze repubblicana, � da pensare che, in quel momento, fosse ispirata dai medesimi pensieri che avevano dettato il Discursus florenti�narum rerum post mortem Laurentii Medices, quando cio� era �manca�to lo instrumento� per fondare uno Stato principesco in Firenze, �su�bietto attissimo� invece per ordinarvi una repubblica. Ma qui interessa appunto indicare l'osservazione sulla spaccatura interna provocata dalle fazioni, che per Machiavelli non era pi� tollerabile nella nuova condi�zione dell'Italia �sendoci Spagna e Francia�. Per parte sua, Chabod, nel prendere spunto dal caso particolare di Verona, giudicato esemplare anche per altre citt�, rilevava come quei gruppi oligarchici non fossero stati in grado di arrivare a considerare gli interessi generali proprio per la �relativamente sminuita coscienza di classe�. E' questa che li rende � se non staccati, per lo meno differenziati dalla grande massa della popolazione, da quella stessa di cui sono i rappresentanti, sino al punto da avere propri motivi di conflitto estranei le molte volte all'animo popolare nella sua generalit� 31. Insomma, erano a capo di uno Stato che, per dirla con Machiavelli, �aveva per inimico l'universale�.

I limiti dei �ceti dirigenti� comunali sono individuati cos� fin dal loro formarsi, fin dal �sorgere e fiorire, ove pi� ove meno rigoglioso, di classi nuove�. Sono, queste, �attivissime n� loro traffici� e �anelanti alla conquista del benessere e della ricchezza�; ma ben presto si vol�gono anche �alla creazione di una loro coltura e di una vita dello spirito sviluppante a mano a mano i suoi caratteri pi� salienti�. Processi ana�loghi sono scorti del pari in quei gruppi di potere che �continuano a imperniarsi su famiglie tradizionali� e che �devono adattarsi alle condi�zioni generali mutate�. Negli uni e negli altri gruppi �tuttavia rimane, nell'ambito pi� propriamente politico, la limitatezza creata da questo tramandarsi della virt� di governo in un cerchio molto ristretto di uo�mini�. Proprio da qui, e dal fatto che le lotte intestine logorano la po�tenza di questi oligarchi, deriver� finalmente la necessit� �di ricorrere a un aiuto gravoso, cio� di rinunziare, almeno momentaneamente, al go�verno, di cui non possono pi� tenere con sicurezza le redini: ed ecco allora la Signoria, voluta, imposta le molte volte proprio dall'antico partito dominante, con il consenso della restante popolazione, che ha continuata la sua attivit� generale, ma non � capace di crearsi, a sua volta, dei nuovi reggitori� 32. La Signoria sorge dunque �tra le incessanti contese interne�, che hanno frantumato e suddiviso il ceto dirigente, esaurendone la forza e la stessa volont� di potere. �Ceti dirigenti d'un tempo che non han pi� la forza per resistere e, dopo di aver chiamato il padrone, devono ras�segnarsi ad abbandonargli compiutamente il campo; uomini che mor�morano o ricercano nelle formule la soddisfazione a una vanit� incapace ormai di ricercare altra gloria: di un tale mondo politico non si pu� pre�vedere se non la prossima fine ‑ con tutte le conseguenze che la man�canza di una forte classe dirigente pu� addurre nella vita di un pae�se� 33. Ecco, allora, le radici della �crisi italiana�: non tanto questione di �decadenza�, di rilassamento morale, dell'esaurirsi di una forza inno�vatrice che avrebbe avuto nel primo umanesimo il momento propul�sore, poi degenerato. Mancava s� una �forza spirituale� interna, ma per �la sconnessione profonda dei domini signorili�, che �non veniva signoreggiata da un'anima interiore�: sono queste le osservazioni di Chabod in apertura al saggio del 1925 su Machiavelli. Insomma, i sudditi dei vari principati italiani non erano in condizione di avvertire �un motivo di unione fortissimo e non pregiudicato dalle variazioni di una vita umana�, ossia dalla morte del principe. L'analisi dei comportamenti di gruppi al potere sar� in effetti una costante nell'opera di Chabod. Ritorner� negli studi su Milano nell'et� di Carlo V, fino a dare ‑ nei saggi dedicati ai funzionari di quel ducato ‑�una visione sempre pi� concreta della struttura sociale e amministra�tiva� 34. Si pu� forse osservare che, in seguito, anche per influsso di quei lavori, assunti quasi a metodologia di ricerca, i problemi delle strutture istituzionali e degli assetti burocratici sarebbero stati talvolta considerati avulsi da altre considerazioni, pure pertinenti, di carattere propriamente politico e civile, senza tenere sempre conto del fatto che, per Chabod, quegli aspetti dell'organizzazione statale erano soltanto parte, sia pure importante, di un pi� vasto progetto storiografico, rima�sto sciaguratamente incompiuto, ma attento alla vita dei ceti dirigenti nella sua complessit�, alla loro cultura, alle loro scelte ideali. Basti pensare ‑ per capire quale visione reggesse la ricerca storica di Chabod ‑ a come, nelle Premesse alla Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, l'analisi degli atteggiamenti e dei modi di pensare dei gruppi di governo del nuovo Stato unitario risulti sottesa, in tutta la prima parte del volume, all'intreccio delle vicende politiche interne e internazionali italiane, appunto nell'intento di �chiarire quali fossero le basi, materiali e morali, in cui quella parte specifica e tecnica [la storia diplomatica] necessariamente posava, quale il complesso di forze e di sentimenti ond'era avvolta ed entro cui doveva muoversi, in quel mo�mento storico, anche l'iniziativa diplomatica� 35. Lo Stato � visto dunque da Chabod come il prodotto di �una forte classe dirigente�. Le lacune e le debolezze di questa provocano inesorabilmente lo sfascio e la crisi. Il mondo comunale e signorile si sgre�tola in �gruppi sociali, l'uno ostile all'altro, profondamente scissi dal tradizionale spregio dei borghesi verso la plebe, dall'odio di questa verso i ricchi, dalla beffarda asprezza, infine dei cittadini di qualunque condizione verso i rozzi villici�. Per questo � la figura individuata del Principe si faceva sempre pi� innanzi sulla scena: di vivo, in Italia, non rimaneva che lui solo� 36. Era la forza unificatrice e rinnovatrice che Machiavelli avrebbe invocato per l'Italia �battuta, spogliata, lacera, corsa�, ridotta a pregare Dio �che le mandi qualcuno che la redima� 37. Pu� forse sorprendere che lo studioso della storia religiosa del du�cato di Milano non abbia invece dedicato molta attenzione all'atteggia�mento di Machiavelli verso la religione. Per lui ‑ avrebbe osservato Cantimori, riferendosi in particolare al saggio del 1925 38 ‑ �lo spirito del Machiavelli poco risente la "commozione di ogni movimento spiri�tuale", quando questo non sia contenuto nella pura idea politica�. In realt�, Chabod stesso dichiarava che Machiavelli avrebbe ignorato �non soltanto l'eterno e il trascendente, ma ben anche il dubbio morale e l'ansia tormentosa di una coscienza che si ripieghi su se stessa� 39. I:' difficile, quindi, pensare a un'interpretazione pi� lontana da quella di Chabod delle pagine in cui Sebastian de Grazia � di recente arrivato a scoprire in Machiavelli addirittura una forte personalit� religiosa 40. Se appare superfluo insistere qui sulla notevole opinabilit� di un tale modo di leggere gli scritti del Segretario fiorentino, certamente alcune indicazioni, ben pi� pertinenti, di Cantimori ‑ ispirate da osservazioni di Procacci 41 ‑ hanno contribuito a modificare la visione di un Machia�velli tutto politica da un lato, tutto irreligione e anticlericalismo dall'al�tro. �Compatrioti e superiori del Machiavelli lo consideravano compe�tente anche di questioni religiose ed ecclesiastiche�, scrive lo studioso degli Eretici italiani, ricordando le osservazioni dei commissari fioren�tini in Pisa al tempo del �conciliabolo pisano�, i quali si rimettevano �alla prudentia di Nicol� Machiavelli, el quale etiam fu presente et a queste cose � pi� pratico di noi�. Ma soprattutto sar� utile ricordare che, per Cantimori, �l'attenzione e l'interesse del Machiavelli per gli affari della Chiesa e per la religione erano un'attenzione e un interesse seri, che andavano forse al di l� del calcolo sul contributo che il cristia�nesimo cattolico avrebbe potuto dare alla formazione di popolazioni sostanzialmente morali, unite, disciplinate, sane ed energiche� 42. E:' un'indicazione che sembra risentire a sua volta di nuovi momenti della lotta politica e della vita italiana, in questo caso del secondo dopo�guerra, ma soprattutto vi ritroviamo l'intento di confermare una delle maggiori acquisizioni della ricerca di Cantimori: la storia della vita religiosa vista come storia della cultura. Senza dubbio essa allarga il giudizio tradizionale sul Segretario fiorentino, postulando al tempo stesso una nuova visione del Cinquecento italiano. Ma proprio perch� l'idea che Chabod aveva della vita religiosa di�scendeva piuttosto da un suo personale sentire, tendente a interpretarla come �senso dell'eterno e del trascendente�, dubbio morale e insieme sostegno alla naturale inquietudine umana, �qualcosa insomma di lontano dalla vita pratica e storica�, non necessariamente legato alle chiese e alle confessioni storicamente attuate 43, quella problematica sarebbe rimasta estranea anche ai suoi studi successivi su Machiavelli. Sul quale, appunto, sarebbe ripetutamente tornato con indagini puntuali e quadri d'insieme. Cos�, gi� nel 1927 avrebbe pubblicato un altro saggio fondamentale sul Principe, dando prova delle sue doti storico�filologiche per difendere uno dei punti interpretativi che pi� gli stavano a cuore: la tesi della composizione di getto di quello scritto, in pochi mesi, fra l'estate e l'autunno del 1513. Si arrischiava a entrare in pole�mica con Meinecke, suo maestro nel periodo berlinese, che tanto signi�ficato ebbe nella sua formazione e della cui �grandiosa opera� ‑ L'idea della ragione di stato nella storia moderna (1924) ‑ diceva nel 1952 ai suoi studenti dell'Universit� di Roma che essa rappresentava �la pi� forte sintesi che oggi si abbia del pensiero politico europeo degli ultimi quattro secoli� 44. Malo studioso tedesco aveva sostenuto che Il Prin�cipe, quale era stato inizialmente pensato (e coli descritto nella famosa lettera al Vettori del 10 dicembre 1513), constava dei soli primi undici capitoli: gli altri quindici sarebbero stati aggiunti successivamente. E il giovane storico pur avendo gi� confutato l'ipotesi in una nota nel sag�gio del 1925, sviscerava adesso con sensibilit� di critico e di erudito la questione, argomentando i] proprio punto di vista con tanta efficacia che la sua tesi ormai non appare seriamente contestabile 45. �Inevitabile e giusto� ha definito Dionisotti il lavoro intrapreso ‑�antesignano Chabod� ‑ per determinare con precisione la cronologia delle opere di Machiavelli, superato il periodo in cui al grande fioren�tino era toccata �la disgrazia dell'attualit� politica� 46. Era un modo per sondare a fondo quei testi, cogliendone le implicazioni e i nessi con la vita reale. A Chabod premeva di riaffermare la tesi dell'unit� di com�posizione del Principe non gi� per provarsi in un gratuito esercizio di attribuzionismo cronologico, ma perch� sentiva essenziale per la com�prensione dell'opera poterne stabilire nel tempo la stesura, appunto sotto l'urgere degli eventi. Di Machiavelli ammirava �l'elemento pas�sionale, immaginativo, in cui i grandi pensieri nascono nel cuore�: non poteva concepire un lavoro di lima a freddo e addirittura una sorta di rifacimento a distanza di mesi o di anni. Il Principe ‑ avrebbe ancora ri�petuto ventisei anni dopo ‑ gli appariva un'opera unitaria fin dalla sua concezione nei suoi �25 capitoli, di un rigore logico e di una incisivit� stilistica che non hanno riscontri in letteratura politica�, culminanti nel XXVI, �naturale conclusione�, in cui l'autore �lascia finalmente sfogo alla passione� 47. Non che Chabod intendesse tramutare Machiavelli in un intellettuale romantico: voleva, se mai, rilevarne con forza l'umanit� ‑ come avrebbe fatto in certi passi del corso sul Segretario fiorentino ‑ e insie�me il vigore della sua opera: essa nacque s� nel chiuso dello �scrittoio�, ma conosceva a fondo le tempeste e le vicissitudini drammatiche del suo tempo. Non siamo, insomma, in presenza del freddo teorico, del tecnico della politica, della stereotipata figura cos� spesso deformata a simbolo del Male. Per Chabod, Machiavelli � il personaggio che emer�ge dal grande autoritratto tracciato nella celebre lettera a] Vettori: colui che sa trascorrere qualche ora all'osteria con la sua �brigata� e �in su lei strada� parla �con quelli che passano�, curioso �delle nuove de 'paesi loro� e attento ai �vari gusti e diverse fantasie d'uomini�. Quando poi, a sera, si spoglia della �veste cotidiana� e �rivestito codecentemente� entra �nelle antique corti� per discorrere da pari a pari con �gli antiqui uomini�, vince le proprie miserie: in quelle ore ‑ confidava al Vettori ‑�non sento alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povert�, non mi sbigottisce la morte�. E' uomo, insomma, nel pieno senso della parola, aperto a tutte le curiosit�, a tutte le avventure del pensiero e dei sensi. In tal modo Chabod non ne sminuiva certamente la grandezza: chi sapeva trarre con tanta efficacia insegnamenti dalla �lunga esperienzia delle cose moderne� e dalla �continua lezione delle antique�, � ‑ pur nella sua singolare genialit� ‑ un essere per molti aspetti ancora vicino a noi. In questo pu� dirsi, ora e sempre, la sua �attualit�.

 

* Viene qui anticipato ‑ per gentile concessione della Casa editrice Giulio Einaudi, che desidero ringraziare ‑ il testo della prefazione a una nuova edizione dei saggi su Machiavelli di Federico Chabod, di prossima pubblicazione.

1. F. Chabod, Di alcuni studi recenti sull'et� comunale e signorile nell'Italia settentrionale, in �Rivista storica italiana�, XLII, 1925, pp. 19‑47. Di un saggio sulle Signorie che �il dott. Federico Chabod� avrebbe dovuto presto pubblicare, informava G.B. Picotti, Qualche osservazione sui caratteri delle Signorie italiane, in �Rivista storica italiana�, XLIII, 1926, p. 8 nota; del saggio, rimasto inedito, ha dato notizia per la prima volta G. Sasso, nel suo, sempre importante, Profilo di Federico Chabod, Bari, 1961, pp. 15‑16.

2. E. Garin, Ga filosofia come sapere storico, Bari, 1959, p. 181.

3. E' la frase pronunziata dal pubblico ministero del Tribunale Speciale per chiedere la condanna di Gramsci a oltre venti anni di carcere: cfr. la Cronologia in A. Gramsci, Qua�derni del carcere, a cura di V. Geaatana, Torino, 1975, p. LXIII.

4. Si veda la �noterella� su Machiavelli e Vico in Elementi di politica, pubblicati nel 1925 e riediti da Croce, insieme con i Frammenti di etica del 1922, in Etica e politica, Bari, 1931, p. 250.

5. Cfr. A. Gramsci, Quaderno 18. Noterelle sulla politica del Machiavelli, a cura di C. Donzelli, Torino, 1981, pp. 75 ss. nel cap. XVIII del Principe, Machiavelli spiega che vi �sono dua generazione di combattere: l'uno con le leggi, l'altro con la forza: quel primo � proprio dello uomo, quel secondo delle bestie�. L'insegnamento sarebbe stato dato � co�pertamente� dagli antichi, quando narrarono �come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi.

Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia et mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura: e l'una sanza l'altra non � durabile�. '

6. B. Mussolini, Forza e consenso, in �Gerarchia�, marzo 1923, II (lo si veda in Id.,Scritti politici, a cura di E. Santarelli, Milano, 1979, pp. 226‑28).

7. Id., Preludio a Machiavelli, in �Gerarchia�, aprile 1923, III (ibid., pp. 228‑31).

8. M. Ciliberto, Appunti per una storia della fortuna di Machiavelli in Italia: F. Erco�le e G. Russo, in �Studi storici�, 1969, p. 804.

9. Cos� gi� osservava N. Sapegno, Gli studi critici: Machiavelli, in �Bacetti�, III, 1926, p. 119.

10. Cfr. F. Ercole, Ga politica del Machiavelli. Roma, 1926, p. 62. M. Ciliberto, Appunti, cit., pp. 805 ss., rileva come in un saggio del 1926, dedicato alla Morale del fascismo, Ercole riversasse pari pari le sue conclusioni machiavelliane nell'illustrazione dei valori che, a suo modo di vedere, erano alla base del fascismo.

11. N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, a cura di C. Vivanti, Torino, 1983, pp. 504‑5.

12. F. De Sanctis, Storia della letteratura italiana, a cura di N. Gallo, Torino, 1962, p. 568.

13. A. Momigliano, Appunti su F. Chabod storico, in �Rivista storica ital�ana�, 1960, p. 652. �Cos� per Machiavelli come per Dante ‑ ha osservato per parte sua C. Dio�nisotti (Machiavellerie, Torino, 1980, p. 227) ‑ non � stato facile agli studiosi italiani della mia generazione, nella prima met� del secolo, vincere il fastidio che la superstizio�ne e il fanatismo dell'ideologia allora di moda avevano addensato su quei testi. Non ci voleva meno, allora, della montanara vigoria di uno Chabod�.

14. E. Sestan, Rinascimento e crisi italiana del Cinquecento nel pensiero di Federic(, Chabod, ibid., p. 684, cita in proposito la rassegna Di alcuni studi sull'et� comunale e signorile, �pensata e scritta (e lo ricordo bene per i nostri colloqui quotidiani allora a Firenze) nella primavera del '25, all'indomani del colpo di Stato del 3 gennaio, mentre sotto i nostri occhi si veniva sterilmente spegnendo l'insurrezione morale per 1'assas sinio di Matteotti e si manifestava l'insufficienza politica dell'Aventino�. Sottolinea quindi alcune frasi che ben riflettono lo stato d'animo e le riflessione di Chabod in quel momento: �Passi come questi: "Gli uomini del passato [cio� del passato comunale, pre

signorile, pre‑dittatoriale] non hanno ormai altra difesa se non il formulario che continua a rivestire un'aura trascorsa, e le proteste verbali, raramente mutate in proteste efficaci di azione"; o ancora: "ll contrasto sentimentale, in cui si dibattono gli uomini che prima hanno invocato o almeno favorito il dittatore ed ora si devono rendere conto esatto della gravit� della loro azione, permane"... "Che poi, nell'atto concreto, quegli stessi i quali si dolgono, acconsentano alla volont� del signore e ne approvino gli atti, che il rancore si riduca ad un facile mormorio, seguito dalla sottomissione e talora anche dal servilismo: qui appunto � il fatto grave di questo periodo di storia italiana"; passi come questi sono eloquenti testimonianze, insieme, della tempra dello storico e dell'animo del cittadin